Una corsa in braccio ai pompieri: racconto di una disavventura

Molto tempo che non troviamo la serenità di aprire queste pagine.
Due settimane fa, in un normale pomeriggio domestico, con tutta la mia famiglia allargata al completo, ci siamo ritrovati a vivere un’avventura assolutamente non desiderata, che poteva avere risvolti drammatici, e che comunque ci ha lasciati in una condizione di disagio ed insicurezza totali.
Alle 17.20 di un martedì abbiamo avvertito del fumo arrivare dal piano di sotto, un fumo non fortissimo, ma di un colore e una densità non tranquillizzante: papà è sceso immediatamente, preoccupato per l’anziana signora che vive quell’appartamento. Nessuno ha risposto al suo violento bussare, ma il suo volto, una volta tornato su, era completamente diverso: dalla porta il fumo che saliva era tanto, era denso, era nero, il volto di papà allarmato.
Tutti ci siamo riversati da un lato di casa, in balcone, ignari che in realtà dall’altra parte dell’immobile c’era già una tragedia in corso, di cui non ci eravamo assolutamente accorti, nessuno di noi sette: è stata la telefonata dei pompieri fatta da mamma a farci capire la nostra stoltezza. Il numero delle emergenze non ci ha chiesto nessun indirizzo, alla parola incendio, sono stati loro a ripeterlo ad alta voce, dicendo che stavano già arrivando perché eravamo l’ottava chiamata.

Ottava chiamata?? E dove erano tutte queste persone che avevano chiamato se non vedevamo nessuno?
Appena qualche secondo per realizzare, sporgersi dal balcone per guardare dalla parte opposta e realizzare che di persone ce ne erano centinaia, tutte con le mani tra i capelli e l’espressione sconvolta, tutti sguardi rivolti non verso di noi, ma verso l’altro lato.


E così è iniziato un veloce e lentissimo incubo: quella che già bruciava da tempo era la camera sotto quella di mio fratello, dall’altro lato, e l’incendio era già violento. Ormai era impossibile sia rimanere in casa che uscire, il vano scale era completamente invaso da un fumo impenetrabile, gli occhi bruciavano, il respiro si faceva impossibile.

I suoni provenienti da sotto non li dimenticheremo mai: in quel via vai sempre più frettoloso tra dentro e fuori, per salvare i miei ausili (aspiratore, sondini, sonde per alimentarmi), per prendere giubotti, documenti e telefoni la situazione mutava di secondo in secondo.
Sotto quella camera c’era solo un accavallarsi di rumori atroci, di esplosioni, di un continuo crepitìo impressionante che dava la chiara sensazione che da un momento all’altro tutto sarebbe stato mangiato.


Non rimaneva che aspettare, immobili, terrorizzati, nell’unico spicchio di balcone dove si riusciva ancora un po’ a respirare. Minuti eterni, eterni, che si accumulavano insieme alla paura di non farcela, alla reazione di noi 7, per tutti diversa : dai 7 agli 85 anni, eravamo un assembramento notevole da evacuare e nessuno si vedeva arrivare.
Mezz’ora per riuscire a vedere dall’altro i mezzi dei vigili del fuoco che arrivavano a sirene spiegate (la squadra più vicina ha tardato per la chiusura temporanea di un viadotto e quindi il caos da questo creatosi), per ritrovarsi poi in un delirio urbanistico che ha complicato di molto la situazione.
Abitiamo su una salita ripida e strettissima, dove si è soliti parcheggiare selvaggiamente; il cancello d’ingresso del nostro condominio è stretto e basso, così come la strada interna che unisce le tre palazzine.


L’autoscala l’abbiamo vista provarci in tutti i modi e poi rinunciare: le autobotti che salivano contromano, dopo mille manovre sono riuscite ad entrare. Solo in quel momento abbiamo iniziato a pensare che ce l’avremmo fatta.
L’impossibilità d’accesso per l’autoscala ha però allungato le procedure di intervento: per uscire dovevamo fare le scale di casa e quindi esser prelevati da una squadra (la 7A di Roma Ostiense ❤ ) che è arrivata su con maschere ed ossigeno, ad abbassare intanto il fumo nel vano scale, per poterci permettere di scendere.
Difficile dimenticare il momento in cui li abbiamo visti entrare in casa, nel fumo.
Sapevano che avrebbero trovato me, un bambino tracheostomizzato ad altissimo rischio vista la cronica condizione respiratoria: una breve conversazione e poi via giù in braccio a loro, sia io che mio fratello, con dietro tutta la mia famiglia, la mia nonnina, la mia amata infermiera Jenny.

Un fuga disperata,
un’attesa di occhi spalancati e piedi a mollo nell’acqua che a tonnellate veniva riversata nell’appartamento in fiamme e ricadeva giù dai balconi, e lungo le scale. Sirene su sirene, squadre dei vigili del fuoco, ambulanze, pattuglie, tecnici del gas corsi ad evitare il dramma.
Difficile dimenticare l’intervento dei Vigili del fuoco, la loro accortezza in tutto con noi (gatti e tartarughe comprese), le risposte sempre presenti alle nostre domande. Mamma continuava a chiedere se fosse crollato anche l’ingresso oltre che la camera di Nilo e il bagno, ne era convinta, malgrado gli occhi sorridenti del comandante le continuassero a dire che nulla sembrava crollato, che dovevamo stare tranquilli.
Tranquillo all’improvviso non è stato nemmeno lui, quando ci siamo ricordati di dirgli che in casa c’erano anche 3000 litri di ossigeno, nel mio bombolone d’emergenza: aveva appena rallentato un po’ il ritmo visto che il fuoco sembrava domato, invece si son rimessi tutti il casco, hanno strappato via dalle mani di mamma le chiavi di casa e son volati su. Nessuno di noi aveva avuto la prontezza di pensarci, a quella bomba ad orologeria dietro la mia porta.

Tranquilli non eravamo, non lo siamo stati finché non ci hanno permesso di salire, di vedere in che condizioni era il tutto: casa invasa dal fumo, ma a primo impatto sana. Purtroppo nel girare per vedere se tutto andava bene, la grande mano del vigile del fuoco ci ha fermato: una camera e un bagno inagibili, assolutamente non calpestabili per una condizione molto grave dei solai sottostanti. Casa sembrava sana, nel buio di quella lunga serata, ma non lo è.

E così è iniziata questa nuova avventura che non si sa quando finirà:
da quel giorno viviamo una vita strana, in un caos generale. Dopo una situazione simile non c’è altra strada che la bonifica e la riverniciatura intanto, per poter far tornar salubri e vivibili gli ambienti … e poi ci sarà la lunga attesa per il ripristino dei solai e quindi della camera di mio fratello, che nemmeno da un anno aveva conquistato.

Abbiamo imparato tanto,
abbiamo di nuovo incontrato faccia a faccia il pericolo della morte, svolgendo un ruolo completamente passivo: questa volta non c’era un cuore da non far fermare, non c’era una rianimazione da raggiungere, non c’era gesto che potevamo fare. L’essere in quella trappola, in attesa dei salvatori, l’essere vittime immobili: una sensazione atroce, che ci vorrà un po’ a buttar giù.
Abbiamo imparato l’importanza del sangue freddo, l’importanza della prontezza, della lucidità,
del sapersi affidare, del saper pazientare.
Abbiamo imparato la solidarietà dei tanti che ci son stati vicini attivamente ognuno a modo loro,
abbiamo imparato, ancora una volta, la bellezza del poterlo raccontare,
del costruire da un dramma un’avventura.

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