Mio fratello si chiama come un fiume

L’altro giorno hanno chiesto a mamma cosa ha comportato il mio arrivo.
Come la loro vita è cambiata. Ho scoperto la sua risposta, e mi ha paragonato con parole e immagini, alla bomba di Beirut del 4 agosto 2020, un qualcosa di improvviso, di devastante,
di quelle cose che dal giorno dopo niente potrà esser come prima.
Che mai avrai modo di dimenticare quel boato, e il cielo che esplode per poi spegnersi.
Ha fatto la simpatica, dicendo che forse, invece di Sirio, doveva chiamarmi proprio Beirut: immagine di bellezza struggente, di fori di guerra, di città martoriata, di città che sempre si rialza.


E quindi mi son messo a pensare a come deve essere una bomba.
Una bomba per una mamma, una bomba per un papà, un bomba per un bambino di nemmeno 4 anni, che era mio fratello Nilo. Uno che porta un nome che in tutta questa storia sembra avere più senso del mio (che un po’ mi chiamo anche Beirut), perché è il fiume che comunque scorre e che ha permesso alla vita di andare avanti,
di credere ancora nelle stagioni, nella fertilità, in una civiltà che può sorgere ed essere straordinaria.
Nilo non aveva proprio idea del suo compito,
Nilo voleva solo fare il fratello, voleva solo conoscere suo fratello, voleva imparare il suo nome e basta, non il suo nome e milioni di parole mai sentite, non il suo nome e gli allarmi, le corse, la paura, la tracheostomia,
gli occhi di due genitori che cercano di non affogare.

Mia madre l’ho vista tante volte disperarsi, e io ancora non sapevo mica consolarla,
tentavo di farlo con la mia presenza immobile, con i miei occhi che riuscivano a farlo ma mai abbastanza.
Mia madre l’ho vista tante volte disperarsi accanto a me,
ma piangeva per lui, per questo fratello che io ancora non riuscivo a conoscere,
di cui sentivo la voce attraverso delle cuffiette per rilassarmi in terapia intensiva.
Piangeva dicendo che gli occhi di Nilo non erano mai stati più gli stessi da quel 4 ottobre.

Ed ho trovato queste righe, che scrisse tempo dopo:
Conoscere la disabilità, capire la disabilità, vuol dire capire quanto dolore, quante sconfitte, quante lacerazioni ci sono stratificate, significa guardare con occhi capaci di capire,
significa prendere il pietismo e mandarlo affanculo.

Ti guardo e il cuore scoppia. Che grande splendido meraviglioso uomo sei ed eri: non avevi ancora 4 anni e affrontavi un mondo tremendo già da settimane. Eri lacerato da una solitudine nuova (con cui ora hai imparato a vivere) di chi ha assaporato il dono di un fratello solo qualche secondo e poi puff sparito chissà dove. Eri un bimbo di nemmeno 4 anni con due enormi occhi dolci e tristi perché davanti avevano i nostri, occhi di genitori disperati, di zombie, di morti che camminano senza sosta senza meta senza ristoro, occhi di genitori con un figlio dilaniato e probabilmente senza futuro. Occhi di comparto rosso, rianimazioni, neuroni, morfina, buchi sulla carne.Tu, nemmeno 4 anni, ti muovevi tra tutto ciò, incredibilmente consapevole di tutto, consapevole che eri il solo capace di tenere tutti in vita. Mai smetterò di disperarmi per questo adulto di 4 anni che ti ho costretto a diventare, mai smetterò di ringraziarti per averci fatto sopravvivere, mai smetterò di sentire nel più profondo del cuore il più grande degli amori possibili.Mi fido di te, hai già avuto tutta la mia vita tra le tue mani e mi hai stretta e scaldata come mai nessuno ha fatto e farà, Mi fido dell’uomo che sarai E ti amo.”


Mio fratello, io e la mia disabilità, i miei compagni di (s)ventura, non abbiamo bisogno della vostra compassione,
abbiamo bisogno che vi rendiate conto dei nostri bisogni così tanto speciali,
abbiamo bisogno di giocare con voi,
abbiamo bisogno di recuperare il tempo dei sorrisi perduti,
abbiamo bisogno di far rinascere vita tra le macerie come tante volte Beirut ha fatto.
E di farlo nei colori, “nella gioia, nella rabbia,
nel distruggere la gabbia” dove sembra normale farci crescere.
Una gabbia di carezze sulla testa e nessuno sforzo a costruire una società, una comunità in grado di includere tutt*

E quando diciamo tutt*, non escludiamo proprio nessuno.
#INCULOALLOSTATOVEGETATIVO


2 pensieri su “Mio fratello si chiama come un fiume

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