Di mamme, calabroni e neuroriabilitazioni

Non appaiono mai lontane queste righe,
perché forse da certi luoghi non si esce mai. Quando fummo dimessi la prima volta dalla neuroriabilitazione di Palidoro tornammo a casa in ambulanza, con un esercito di persone che ci accompagnava e ci attendeva.
Avremmo dovuto scoprire una nuova vita, trasformare una casa in un reparto d’emergenza e di neuroriabilitazione allo stesso tempo; una casa con turni di lavoro, persone sconosciute che cercavano di prender le misure del loro pazientino e di tutto il suo nucleo familiare, ma anche una casa con un bambino di 4 anni che andava a scuola, che ti aspettava da sempre, che aveva paura di tutto e tutti, che aveva voglia di imparare ad amarti. Proprio come noi.
Tornare a casa fu un altro trauma, a cui malgrado tutto non eravamo assolutamente preparati, perché non lo si è mai.

Rileggere queste righe, a distanza di 6 anni, fa battere ancora il cuore forte, fa venir voglia di abbracciare tutti, fa entrare di nuovo negli occhi di ogni storia, di ogni bimbo, di ogni genitore incontrato. Che si diventa una cosa sola, e si rimane così, stretti stretti per sempre.
E si entra di nuovo negli occhi di chi lì lavora per rendere le nostre vite una stupefacente rivoluzione.

Ho scoperto che è vero quel che diceva Igor Ivanovič Sikorskij* sul volo del calabrone e l’ho scoperto nei 9 mesi di ospedale pediatrico che mi si son appena conclusi alle spalle, soprattutto nella seconda metà di questi, trascorsa tutta in un reparto di neuroriabilitazione pediatrica.

*Secondo alcuni autorevoli testi di tecnica aeronautica, il calabrone non può volare a causa della forma e del peso del proprio corpo, in rapporto alla superficie alare. Ma il calabrone non lo sa e perciò continua a volare.
Igor Ivanovič Sikorskij

Una palestra di vita non da poco, cruenta e dolce, capace di sventrare l’anima con le sue storie e allo stesso istante di darti una forza inaudita, in grado di spostare tutte le grandi montagne e sovrastrutture che inevitabilmente abbiamo davanti alle “menti non conformi” e quindi ai corpi.
Penso che spesso parlerò di quel luogo, forse senza nemmeno il bisogno di nominarlo: un’isola di sbarchi improvvisi, dove si arriva barcollando con il proprio fagottello in mano e si esce a schiena dritta (un sacco di cicatrici eh!), ogni tanto per mano a quei fagottelli che lì vedono loro offerta la possibilità di provarci.
L’ospedalizzazione è un carcere che ho dovuto affrontare in molte sfaccettature, da genitore, nemmeno da paziente: ha le sue gerarchie, ha la spocchia di troppi che nemmeno si fermano un secondo per darti una sola consonante valida alla comprensione della tua condizione, ha i suoi raccomandati, i suoi stronzi, le sue oasi di pace.
Ho accumulato tanto odio, ho dovuto braccare camici per aver risposte, ho dovuto correr via da altri camici per non sentir stronzate,
ma ho conosciuto le coccole e gli abbracci degli sconosciuti che ti scaldano più di quelli cari, ho incontrato persone che hanno penetrato il mio cuore con un’umanità che per me e per il mio di fagottello è stato ossigeno.
E allora questo post è solo per dire grazie.
Un grazie che se provo a dirlo scivola sulle lacrime e me lo perdo senza riuscirlo a fermare, perchè sono inevitabilmente copiose.
Ho conosciuto persone che puntano ogni loro granello di forza e impegno su piccoli impercettibili movimenti di un sol dito di una mano,
ho conosciuto donne e uomini che riempivano un intero camice azzurro con il loro amore per i nostri bambini e con una fiducia in loro che sempre spiazza noi mamme stanche
Ho incontrato donne e uomini che han creduto in ogni grammo di mio figlio,
che più di me son state in grado di notare ogni piccolo movimento, gesto, sussulto, suono,
che mi hanno insegnato a leggere nelle pieghe della pelle e delle ciglia,
che mi hanno portato per mano in un mondo che oltre al dolore mi ha fatto incontrare universi paralleli,
di una forza sovrumana.

Un grazie a chi ha accarezzato la tua pelle per mesi, a chi ti ha insegnato che puoi raggiungere i tuoi obiettivi,
che ogni tuo gesto deve averne e può farlo, un grazie a chi ha cambiato il tuo sguardo curioso in due occhi di lince attenti a tutto e veloci,
un grazie a chi ha aperto quella tua manina, con colori e giochi,
un grazie a chi mi ha insegnato, passo passo, come valorizzare ogni tuo sforzo per renderlo ogni giorno più naturale, più bello, più proiettato verso la vita.

Mi avete fatto innamorare del vostro lavoro, mi avete fatto innamorare dei vostri sorrisi,
così presi ad insegnare ai nostri che ridere in realtà sarebbe una cosa facilissima e che infondo lo è perché tutti sanno farlo, anche chi non è capace …
“ma lui ride come un pazzo, siamo noi ad esser sceme e non accorgercene” , e me sa che c’avete ragione.
Chissà su strade cammineremo, grazie ai vostri insegnamenti …

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